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Aldo Pomponi

Controllo di gestione e cambiamento nelle piccole e medie imprese.

· Aldo Pomponi

In quella riunione non si decide mai

Tre persone in piedi, si parla di un problema, nessuno scrive. Che cos'è il design thinking, da dove viene, e le cinque regole che cambiano una riunione.

Se il tema e' vivo nella tua impresa, raccontamelo in mezz'ora

Tre persone in piedi. Si parla di un problema. Nessuno scrive.

Dopo venti minuti ognuno ha in testa un problema leggermente diverso dagli altri. Dopo quaranta si decide, e sembra che tutti siano d'accordo. Due settimane dopo il problema è ancora lì, ma adesso nessuno vuole riaprirlo.

Quello non era un confronto: era uno scavo. Avete fatto una buca e ci siete caduti dentro.

Per non caderci basta un gesto: fermarsi e scrivere. Il design thinking è tutto qui. Il resto è dettaglio.

Una riunione attorno a una lavagna piena di post-it: uno spiega indicando, una partecipa, un terzo guarda il telefono e un quarto ha un groviglio sopra la testa

Una sessione vera: c'è chi ci sta dentro, e chi molto meno.

Una scatoletta di pennarelli, a Parigi, nel 2001

Ero appena uscito dalla mia azienda, quarantacinque persone, comprata da un gruppo francese di mille. Mi ritrovo responsabile dell'efficienza operativa con gente di cinque paesi: tedeschi rigidi, spagnoli che l'inglese lo masticavano, norvegesi che avevano già capito tutto, francesi, italiani creativi. Far uscire una decisione da quelle riunioni era un'impresa.

Poi arriva un consulente di Francoforte, apre una scatoletta — sembrava quella dei sigari — e dentro ci sono i pennarelli. Quelli giusti, quattro colori. Comincia a scrivere sulla lavagna, fa un angolo per le domande che non devono interrompere, e in un'ora quella stanza decide.

La lavagna la conoscevo. Ma una cosa è usarla per prendere appunti, un'altra è usare un metodo per costruire il consenso in un gruppo di lavoro.

Nessuno di loro disse mai «stiamo facendo design thinking»: in Italia nel 2001 quel nome non lo conosceva nessuno. L'ho capito anni dopo, insegnando, quando mi sono accorto che quelle erano le cose che già facevo.

Una cassetta di legno aperta con dentro pennarelli di quattro colori, blocchetti di post-it, carte per gli spunti, magneti al neodimio, nastro adesivo e fogli grandi piegati nel coperchio

Da allora la mia cassetta è più o meno questa.

Quattro pennarelli, non di più: servono a distinguere, non a decorare. Post-it di due o tre colori, per le idee, le note e le priorità. Fogli grandi piegati, per le mappe. Carte per gli spunti e le domande. Magneti e nastro, perché quello che si appende deve poter essere spostato.

Sembra poco, ed è la differenza fra un confronto e uno scavo.

Quando serve, e quando no

Dipende da due cose sole: quanto è chiaro il problema, e quanto è solido il dato.

  • Problema chiaro, dato solido. Non vi serve il design thinking. Vi serve una decisione: prendetela.
  • Problema chiaro, dato debole. Vi serve misurare. Andate a prendere il dato, non convocate nessuno.
  • Problema confuso, dato solido. Vi serve riformulare la domanda: spesso il dato c'è, e sta rispondendo a un'altra cosa.
  • Problema confuso, dato debole. Qui. È qui che il metodo vale le ore che costa.

La maggior parte delle riunioni tratta il quarto caso come se fosse il primo. Ecco perché si decide in fretta e sei mesi dopo si rifà tutto da capo.

Vignetta: un capo affacciato alla porta annuncia «Riunione tra 10 minuti!» e quattro colleghi al tavolo lo guardano con la testa fra le mani

La considerazione di cui godono le riunioni non è pigrizia: è esperienza.

Ed è anche il motivo per cui, in azienda, le riunioni godono della considerazione che sappiamo. Chi ci va sa già come andrà a finire, e ci va perché deve: non è pigrizia, è esperienza.

Non è un problema di umore. In Italia si dichiara davvero coinvolto l'11% dei dipendenti — il 12% in Europa, il 20% nel mondo — e una riunione dove si parla per quaranta minuti senza decidere niente è uno dei posti in cui quel numero si costruisce.

Fonte: Gallup, State of the Global Workplace 2026 (dati 2025).

Da qui in avanti, il metodo per esteso

Il doppio diamante: prima si apre, poi si chiude. Due volte

Il doppio diamante: dalla sfida si diverge scoprendo e si converge definendo, fino al problema definito; poi si diverge ideando e si converge prototipando, fino alla soluzione validata

Primo diamante, capire: ci si allarga sul problema, poi si stringe su una domanda sola. Secondo diamante, risolvere: si allargano le soluzioni, poi se ne sceglie una da provare.

La fatica sta nelle due aperture. Chiudere piace a tutti: aprire fa paura, sembra perdere tempo.

Nelle riunioni normali si salta direttamente alla seconda chiusura: si parte dalla soluzione. Chi conduce è quello che difende le aperture quando il gruppo vorrebbe già chiudere.

Le cinque fasi, e dove l'intelligenza artificiale aiuta

Non è una scaletta da seguire in ordine: è un ciclo, e ogni prova rimanda indietro di due caselle.

1 · Empatizzare. Vai a sentire chi il problema lo tocca. Il magazziniere, non il responsabile del magazzino. L'AI trascrive interviste e riunioni, riassume grandi volumi di riscontri, raggruppa i temi ricorrenti.

2 · Definire. Scrivi una domanda sola. Se non sta in una riga, non l'hai ancora capita. L'AI trasforma il materiale raccolto in gruppi di temi e propone bozze di domande «come potremmo…».

3 · Ideare. Tante strade, senza giudicarle mentre escono. Il giudizio viene dopo, non durante. L'AI genera decine di varianti in pochi minuti e suggerisce analogie da altri settori.

4 · Prototipare. La versione più economica che si possa provare. Un foglio di calcolo è un prototipo. L'AI crea bozze, schermate finte, simula una procedura o un flusso di lavoro.

5 · Testare. Prova su piccolo, misura, torna indietro. Sbagliare presto costa pochissimo. L'AI riassume le sessioni di prova e classifica errori e frizioni ricorrenti.

E qui la regola che tiene insieme tutto: copilota, non pilota automatico. L'AI allarga — raccogliere, sintetizzare, generare varianti: le fasi in cui si apre. Le persone scelgono — quale problema, quale idea, quale prototipo: le fasi in cui si chiude. E il gruppo firma la metrica: il numero su cui ci si impegna non lo produce un modello, lo accetta chi dovrà rispondere del risultato.

Le cinque regole

Valgono più di qualunque tecnica, e si imparano in un pomeriggio.

  1. Non si parla senza scrivere. Ogni idea finisce sulla lavagna con le parole di chi l'ha detta, non con le vostre.
  2. Una domanda sola, scritta in alto e visibile. Se il gruppo si allontana, si rilegge invece di richiamare all'ordine.
  3. Il capo parla per ultimo. Sempre. È la regola più difficile e quella che cambia di più il risultato.
  4. Prima si apre, poi si chiude. Chi propone una soluzione nei primi dieci minuti viene ringraziato e messo in attesa.
  5. Si esce con un numero e con una data. Altrimenti non è finita: è solo scaduto il tempo.

«Serve più organizzazione» non è un esito: è il posto dove atterrano i gruppi quando nessuno vuole nominare la cosa vera. «Riduciamo del 15% i fermi macchina entro marzo, e li contiamo così» lo è. La differenza non è la precisione: è che il secondo si può smentire.

Due attrezzi da provare la settimana prossima

L'area di parcheggio. Un angolo della lavagna dove finiscono le domande che non devono interrompere la riunione. Sembra una banalità: se prendi un concetto e lo tratti appena arriva, la riunione te la sei fatta. Stai parlando dell'ultima cosa che qualcuno ha tirato fuori, e non di quella per cui vi siete riuniti.

L'empatia è con il tema, non con la persona. Non serve andare d'accordo: serve che tutti vogliano affrontare quell'argomento. E attenzione a chi su quell'argomento sa tutto lui — se non lo tiri dentro, la riunione la decide comunque lui, fuori dalla stanza.


Questo è il metodo. Se invece vi interessa come lo porto in azienda (i formati, che cosa resta in mano, chi deve esserci), la pagina è Portare il design thinking in azienda.